Volvo Ocean Race: la verità sull’incidente

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John Fisher
John fisher alla Volvo Ocean Race

La verità sull’incidente alla Volvo Ocean Race

L’incidente avvenuto a bordo di Scallywag durante la settima tappa della Volvo Ocean Race  che è costato la vita a John Fisher, ha fatto parlare in questi giorni tutti i mass media del mondo. Anche in Italia, dove lo sport della vela interessa solo un esiguo numero di persone, si è fatto un gran parlare forse perché in un mondo dove in nome dell’audience diventano drammatiche anche le più banali notizie non c’è niente di più spettacolare della morte di uno sportivo durante un’impresa estrema.

Per qualche giorno la visibilità sarà alle stelle, mentre immagini e notizie raccontano il dramma, i  veri protagonisti saranno gli sponsor e media stessi. Ipotesi, dichiarazioni ufficiali, pareri di esperti non serviranno veramente a far comprendere le cause dell’incidente ma soltanto ad attrarre l’attenzione di una massa assuefatta alle forti emozioni che per sentirsi viva ha quotidianamente bisogno di uno shock mediatico.  Se desideriamo comprendere i motivi dell’incidente è necessaria una riflessione su cosa siamo disposti a sacrificare in nome dell’audience e della visibilità…

…la Volvo Ocean Race (un tempo Whitbread Round the World Race) non è nuova a questo tipo di notizie, infatti nella storia di questa regata la morte di John Fisher si aggiunge ad una lista già numerosa. La Volvo Ocean Race è uno degli eventi velici più seguiti al mondo proprio perché da sempre ha saputo comunicare in modo coinvolgente le caratteristiche “extreme” dell’impresa. Si tratta infatti di una serie di prove muscolari dove gli equipaggi si devono confrontare tra loro navigando nei mari più duri del pianeta.

Nel panorama velico mondiale esistono regate ed imprese anche più impegnative, basti pensare alla Vendèe Globe nella quale velisti in solitario “macinano” senza scalo l’intero giro del globo, oppure imprese come quella messa a segno dal fenomeno francese  François Gabart che a bordo di un mega trimarano volante frantuma il record del giro del mondo in solitario.

… è proprio attraverso le imprese talvolta estreme, sportive e non, che l’uomo ha cercato nel tempo di superare i propri limiti. Questa spinta evolutiva ci ha permesso di mettere in gioco tutte le nostre capacità e competenze con il fine di ampliarle e migliorarle. Che ci piaccia o no questo “gioco” può diventare rischioso talvolta letale… 

…John Fisher era un velista professionista molto esperto ed abituato a navigare in condizioni difficili. Sicuramente era attrezzato in modo corretto ed ha agito con competenza adeguata così come tutto l’equipaggio. Se a ciò aggiungiamo che oggi sono disponibili moderni e super tecnologici dispositivi di sicurezza: muta di sopravvivenza, giubbotti auto-gonfiabili, segnalatori gps, ecc…  …come possiamo comprendere le vere cause dell’incidente? Errore umano? Fatalità?

Nel panorama di tutti gli autorevoli pareri sull’accaduto fa riflettere il commento di Andrea Mura: “Continuo a non capire perché su queste barche, che sono così veloci e bagnate, non vengano installati abitacoli di protezione simili a quello che ho progettato e costruito sul mio open 50 “Vento di Sardegna” per l’ultima Ostar, che mi ha salvato dal freddo e dalle ondate di quella terribile tempesta soprannominata dai meteorologi canadesi “the perfect storm”, ma soprattutto mi ha salvato la vita. Non c’è nulla di entusiasmante nel prendere infinite ondate in pozzetto perché l’infinito calcolo delle probabilità riesce sempre a portarsi via uno skipper in quasi tutte le edizioni”.  

“É una morte orrenda, come tutte le precedenti, che oggi forse si sarebbe potuta evitare – continua Mura -. Non c’è cintura di sicurezza che possa proteggere quanto un abitacolo vetrato, progettato e costruito per condizioni estreme. Le mie più sentite condoglianze alla famiglia di John e a tutte le persone a lui più vicine, con l’augurio che non si debbano perdere più uomini in mare con le tecnologie e le conoscenze che abbiamo oggi”.

Interessante il parere del veterano degli oceani Brian Hancock che potete leggere in questo articolo.  

Da parte nostra possiamo solo augurare a tutti che la vela non snaturi la sua essenza avventurosa e allo stesso tempo raffinata  per trasformarsi in uno “sport cattura audience” dove rischiare la vita diventa gratuito e senza senso.

Buon vento

G.G

Volvo Ocean Race: la verità sull’incidente ultima modifica: 2018-03-30T15:10:16+02:00 da Andora Match Race

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